Sono entrata in RSA come sempre. Stesso corridoio, stesso profumo di pulito.
Ma quella mattina si capiva che era successo qualcosa. C’era poco rumore.
Mamma era lì da tanti anni.
All’inizio mi sembrava una cosa più grande di me.
Poi è diventata la nostra normalità: io a casa, lei lì. In mezzo: visite, telefonate, feste, controlli.
Giornate che andavano bene e giornate che pesavano.
Quando è arrivato l’ultimo periodo, non sapevo più cosa dire.
Stavo lì. Le tenevo la mano. A volte parlavo io, anche se lei non rispondeva.
Il giorno che è mancata, ho pianto tanto.
Ma ho sentito anche una cosa che non mi aspettavo: un po’ di sollievo.
E mi sono sentita in colpa.
Poi un’operatrice mi ha detto:
“È normale. Hai fatto tanto per tanto tempo.”
In questa RSA non ho trovato solo cure. Ho trovato persone che conoscevano mamma davvero.
Sapevano cosa le piaceva. Capivano quando era agitata.
Quando era stanca o aveva solo bisogno di calma.
E io non mi sono sentita sempre sola.
Perché c’era qualcuno che mi spiegava le cose in modo semplice.
E qualcuno che mi chiamava quando cambiava qualcosa.
Quando ho svuotato il comodino, ho preso una foto.
Una cosa piccola, ma importante.
E ho pensato: “Adesso è finita.”
E devo imparare a vivere senza questa parte della mia giornata.
Se stai vivendo una cosa simile, te lo dico come posso:
non devi fare finta di essere forte.
Vai avanti un giorno alla volta.
Non mi resta che dire grazie al team della RSA.
A chi l’ha lavata, vestita, aiutata a mangiare.
A chi le ha parlato quando io non c’ero.
A chi mi ha spiegato le cose con calma, anche quando io ero stanca o nervosa.
Luisa, Monica e Maria. Incredibili!
Mamma è stata qua per tanti anni.
Non è una cosa piccola.
E sapere che non era “solo un letto”, ma persone che la conoscevano, mi fa bene anche adesso.
Grazie, davvero.